In occasione della X Giornata contro il cancro infantile abbiamo fatto qualche domanda a Natalia Zabolotna, psicologa senior dei progetti di Soleterre in Ucraina, che svolge il suo lavoro principalmente nei reparti di neurochirurgia e oncologia pediatrica di Kiev.
Vogliamo condividere con voi l’importanza del suo lavoro e di quello di molti altri che come lei si occupano della psicoterapia all’interno del Programma Internazionale di Oncologia Pediatrica dell’Associazione.
Cosa affronta un bambino dal punto di vista psicologico quando si ammala di cancro?
Un bambino che sta vivendo una grave malattia, soprattutto se si tratta di cancro, incontra la sua fine, la morte. È un incontro sgradevole che provoca paura e ansia. Il bambino si rende conto del fatto che la vita non è eterna, lui non è eterno e che può morire mentre tutti gli altri (compagni di scuola, vicini, amici, parenti) continueranno a vivere. Non andrà più a scuola o non la finirà, non andrà all’università, non avrà famiglia, figli. È un’esperienza molto difficile che provoca crisi e senso d’impotenza. Le emozioni che emergono sono rabbia e aggressività, meno c’è rabbia più c’è tristezza e possibilità di una depressione e dunque meno fiducia nella possibilità di guarire.
Quanto è rilevante il sostegno psicologico prima, durante e dopo le cure mediche?
L’assistenza psicologica è molto importante. I medici curano il bambino, ma spesso non gli prestano l’attenzione necessaria per capirlo, accettarlo e sostenerlo. I genitori stessi sono in crisi di fronte al cancro di un figlio e perciò non possono parlargli direttamente e apertamente. Invece è importante supportare l’espressione dell’aggressività per indirizzarla verso la malattia. Spesso è proprio l’aggressività inespressa che porta a disturbi psicosomatici, in primo luogo alla depressione.
A che cosa servono le attività ludico-ricreative?
Se il bambino è coinvolto in attività ludico-ricreative e non in sedute psicologiche vere e proprie, è distratto da ciò che accade intorno, prende le distanze da tutto quello che succede e vede che la vita continua, può provare emozioni positive come la gioia, la soddisfazione, ecc. Inoltre, durante le attività, comunica con i coetanei, il bambino vede che non è il solo ad avere problemi. Scompare il senso dell’unicità e della solitudine. Vede che è dura non solo per lui, che non solo lui è arrabbiato e triste. Può apertamente parlare di tutto e trovare la comprensione e il sostegno negli altri bambini. Inoltre, insieme con gli altri bambini può lavorare sulle sue emozioni: conoscere, esprimere, vivere le emozioni che lo invadono così da ridurre la loro intensità… e l’energia liberata sarà utilizzata per combattere la malattia.
Quali sono i rischi che corre un bambino malato di cancro a cui non vengono prestate cure anche dal punto di vista psicologico e quanto incidono queste ultime nel reinserimento del bambino nella vita quotidiana?
Se il bambino non riceve assistenza psicologica, è più difficile per lui adattarsi alle nuove condizioni di vita in ospedale, c’è un grosso rischio di disturbi d’ansia e fobie, di depressione, di nevrosi, malattie cardiache, ecc. Tutto questo, naturalmente, avrà un impatto sulla vita successiva – l’ansia e le paure non andranno via, la rabbia si nasconderà e potrà emergere in situazioni avverse, ci saranno difficoltà ad entrare in contatto con gli altri, infantilismo, ecc.
Quali sono le difficoltà dei genitori nel gestire la propria quotidianità (rapporto di coppia, rapporto con il figlio, malattia, lavoro) durante la malattia del figlio?
I genitori devono affrontare le stesse esperienze dei loro figli: anche per loro il rischio è di avere difficoltà nelle relazioni con gli altri e di minare la propria salute. Capita molto spesso che le famiglie con un bambino malato di cancro si sfascino. Spesso la rabbia, invece che essere indirizzata verso la malattia, viene erroneamente indirizzata verso le persone vicine (moglie contro il marito e viceversa). Sostenere anche i genitori dal punto di vista psicologico vuol dire aiutarli a capire ed elaborare le proprie emozioni: in questo modo è probabile che la famiglia rimanga unita. I genitori vivono il lungo periodo di cure del bambino con grande tensione, si sentono responsabili del processo delle cure, dell’organizzazione della vita nuova per se stessi e per i bambini e trattengono le emozioni in presenza dei bambini e dei medici. Inoltre i genitori soffrono per la loro autorealizzazione professionale. Spesso devono lasciare il lavoro per poter essere vicino al figlio. Tale fatto influisce sul loro stato psichico e sulla loro soddisfazione che si mantiene sempre a livelli molto bassi.